• Testo ODG - ORDINE DEL GIORNO IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.9/02613-A/002 premesso che: in sede di approvazione del disegno di legge costituzionale recante «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei...



Atto Camera

Ordine del Giorno 9/02613-A/002presentato daCAPELLI Robertotesto diLunedì 9 marzo 2015, seduta n. 387

La Camera,
premesso che:
in sede di approvazione del disegno di legge costituzionale recante «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione» si prevedono delle modifiche all'articolo 64 della costituzione inerente i regolamenti parlamentari;
il fondamento dell'articolo 64 della Costituzione inerisce il potere attribuito alle Camere di adottare un proprio regolamento volto a disciplinarne l'organizzazione interna. In altre parole viene riconosciuta una posizione di autonomia ed indipendenza che trova fondamento nel potere legislativo di cui esse sono titolari. Tale forma di autonomia viene definita con il termine «autodichia»;
l'autodichia, nel corso degli anni, ha subito un'ampia, articolata e complessa evoluzione tanto da estendersi non solo a quella sfera intangibile di autonomia «strettamente funzionale all'esercizio indipendente delle attribuzioni proprie del potere legislativo» (così detta funzione primaria) ma anche alle attività degli uffici amministrati interni degli organi parlamentari ed ai rapporti con i dipendenti (così detta funzione secondaria non riferibile all'attività parlamentare) in quanto strumentali all'esercizio delle funzioni parlamentari tipiche;
in tal senso, rileva la recente sentenza della Corte costituzionale, n. 120/2014, dove, per la prima volta, la Corte entra nel merito dell'autodichia. La Consulta nel ribadire che: «I regolamenti parlamentari non rientrano espressamente tra le fonti-atto indicate nell'articolo 134, primo alinea della Costituzione – vale a dire tra le «leggi» e «gli atti aventi forza di legge» – che possono costituire oggetto del sindacato di legittimità rimesso a questa Corte. Nel sistema delle fonti delineato dalla stessa Costituzione, il regolamento parlamentare è espressamente previsto dall'articolo 64 come fonte dotata di una sfera di competenza riservata e distinta rispetto a quella della legge ordinaria e nella quale, pertanto, neppure questa è abilitata ad intervenire. L'articolo 134 della Costituzione, indicando come sindacabili la legge e gli atti che, in quanto ad essa equiparati, possono regolare ciò che rientra nella competenza della stessa legge, non consente di includere tra gli stessi i regolamenti parlamentari.», ritiene risieda in questo, e non in motivazioni storiche o in risalenti tradizioni interpretative (di cui la stessa è stata investita in passato), la ragion d'essere attuale dell'insindacabilità dei regolamenti in sede di giudizio di legittimità costituzionale;
la Corte prosegue affermando testualmente che: «Se tuttavia, adesso come allora, la ratio dell'insindacabilità dei regolamenti parlamentari è costituita – sul piano sistematico – dalla garanzia di indipendenza delle Camere da ogni altro potere, ciò non comporta che essi siano, come nel lontano passato, fonti puramente interne. Essi sono fonti dell'ordinamento generale della Repubblica, produttive di norme sottoposte agli ordinari canoni interpretativi, alla luce dei principi e delle disposizioni costituzionali, che ne delimitano la sfera di competenza. È su queste basi che si colloca il tema dell'estensione dell'autodichia e conseguentemente della sua legittimità. Gli articoli 64 e 72 Cost. assolvono alla funzione di definire e, al tempo stesso, di delimitare “lo statuto di garanzia delle Assemblee parlamentari” (sentenza n. 379 del 1996). È dunque all'interno di questo statuto di garanzia che viene stabilito l'ambito di competenza riservato ai regolamenti parlamentari, avente ad oggetto l'organizzazione interna e, rispettivamente, la disciplina del procedimento legislativo per la parte non direttamente regolata dalla Costituzione. In questo ambito, le vicende e i rapporti che ineriscono alle funzioni primarie delle Camere sicuramente ricadono nella competenza dei regolamenti e l'interpretazione delle relative norme regolamentari e sub-regolamentari non può che essere affidata in via esclusiva alle Camere stesse (sentenza n. 78 del 1984)»;
la Corte sino a questo punto della sentenza si limita a ribadire principi già consolidati nel nostro ordinamento ma, per la prima volta l'Organo supremo entra nel merito della c.d. funzione secondaria affermando che: «Se altrettanto valga per i rapporti di lavoro dei dipendenti e per i rapporti con i terzi, è questione controversa, che, in linea di principio, può dar luogo ad un conflitto fra i poteri; infatti, anche norme non sindacabili potrebbero essere fonti di atti lesivi di diritti costituzionalmente inviolabili e, d'altra parte, deve ritenersi sempre soggetto a verifica il fondamento costituzionale di un potere decisorio che limiti quello conferito dalla Costituzione ad altre autorità. L'indipendenza delle Camere non può infatti compromettere diritti fondamentali, né pregiudicare l'attuazione di principi inderogabili. Come affermato da questa Corte, davanti a ciò che» [...] esuli dalla capacità classificatoria del regolamento parlamentare e non sia per intero sussumibile sotto la disciplina di questo (perché coinvolga beni personali di altri membri delle Camere o beni che comunque appartengano a terzi), deve prevalere la «grande regola» dello Stato di diritto ed il conseguente regime giurisdizionale al quale sono normalmente sottoposti, nel nostro sistema costituzionale, tutti i beni giuridici e tutti i diritti (articoli 24, 112 e 113 della Costituzione) (sentenza n. 379 del 1996). Peraltro, negli ordinamenti costituzionali a noi più vicini, come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, l'autodichia sui rapporti di lavoro con i dipendenti e sui rapporti con i terzi non è più prevista. «La sede naturale in cui trovano soluzione le questioni relative alla delimitazione degli ambiti di competenza riservati è quella del conflitto fra i poteri dello Stato: «Il confine tra i due distinti valori (autonomia delle Camere, da un lato, e legalità-giurisdizione, dall'altro) è posto sotto la tutela di questa Corte, che può essere investita, in sede di conflitto di attribuzione, dal potere che si ritenga leso o menomato dall'attività dell'altro» (sentenza n. 379 del 1996);
in tale sede, del conflitto di attribuzione, la Corte può ristabilire il confine – ove questo sia violato – tra i poteri legittimamente esercitati dalle Camere nella loro sfera di competenza e quelli che competono ad altri, così assicurando il rispetto dei limiti delle prerogative e del principio di legalità, che è alla base dello Stato di diritto,

impegna il Governo

a conformarsi agli orientamenti della Corte Costituzionale, di cui alla sentenza n. 120 del 2014, adottando ulteriori iniziative normative volte a limitare l'autodichia all'esercizio delle attribuzioni proprie del potere legislativo uniformando in tal modo la Carta Fondamentale, in sede di revisione, agli ordinamenti degli altri stati membri dell'Unione Europea e uniformandosi all'indirizzo più volte auspicato dalla Corte di Strasburgo che ha, seppur in altre materie, sempre inteso assoggettare le proprie pronunce attenendosi a stretta interpretazione.
9/2613-A/2. Capelli.